Il “mio” Afghanistan
“WOMEN to be” un progetto editoriale finalizzato a dare voce alle donne afgane.
di Giulia Ligresti – Presidente Fondazione Fondiaria Sai
Lo scorso febbraio, quando sono partita per l’Afghanistan con l’obiettivo di costruire una scuola destinata ai bambini di Herat, non sapevo ancora che stava per cominciare un viaggio nel viaggio. Per la Fondazione Fondiaria Sai aprire una scuola in un luogo in cui guerra, dittature e povertà si sono rubate il futuro significa portare la scintilla della conoscenza tra gli uomini e le donne di domani, il seme su cui potranno germogliare sviluppo, emancipazione e democrazia. In Afghanistan, tuttavia, il bisogno di libertà non ha soltanto l’aspetto dell’istruzione e dell’assistenza, perché in quel Paese l’emancipazione più urgente ha il volto nascosto delle migliaia di donne ridotte in una condizione di silenziosa oscurità dal regime talebano.
L’incontro con queste donne, coperte dal peso fisico, sociale e culturale dei loro burqa, è stato l’inizio di un secondo viaggio. Un incontro straordinario, che si è svolto attraverso i pochi centimetri quadrati di luce che rappresentano la loro unica finestra sulla realtà. La cosa che mi ha colpito di più è stato vedere come il burqa, per quanto spesso e pesante, non sia riuscito a cancellare nelle donne afgane la voglia di esprimersi, di comunicare, di stabilire un contatto.
È nato così, da questo dialogo di sguardi, il progetto editoriale WOMEN to be, mensile online che rappresenta l’esito di un corso di giornalismo che venti ragazze dell’università di Herat hanno condotto con il professor Marco Lombardi dell’Università Cattolica di Milano, a cui va tutta la mia gratitudine per aver dato questa importante opportunità alla Fondazione Fondiaria Sai.
Il corso, organizzato in collaborazione con il PRT (Provincial Reconstruction Team), ha spinto venti giovani donne a raccontare la realtà in cui vivono senza filtri e censure, rivolgendo particolare attenzione alla condizione femminile. Il primo numero di WOMEN to be riflette un’immagine meno stereotipata dell’Afghanistan di quella trasmessa dal giornalismo italiano: se il regime talebano impedisce alle donne di affermare il proprio talento soffocando le libertà civili, quello stesso talento riaffiora nelle storie raccontate dalle nostre giovani giornaliste, che ci accompagnano in un viaggio alla scoperta dell’immenso patrimonio di sogni, speranze e creatività dell’universo femminile afgano. Per riuscire a vederlo, abbiamo dovuto chiedere a queste ragazze di insegnarci a osservare da una nuova prospettiva, con occhi nuovi, gli stessi delle donne obbligate a indossare il burqa.
E i risultati di questa inedita visuale rivelano un mondo assai diverso da quello normalmente proposto dai media o scorto dalla feritoia di un Lince, un mondo dove si intravvede un’autentica possibilità di una vita “normale”. Un’esperienza per me straordinariamente importante, resa ancor più singolare perché condivisa con entusiasmo con i rappresentanti del PRT e del CIMIC, che ringrazio per il loro appoggio e soprattutto per avermi fatto confidare che l’impegno della nostra Fondazione possa davvero portare un suo, se pur piccolo, contributo per un cambiamento, per un futuro nuovo. Un futuro che deve ancora essere, un futuro “to be”.
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