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Diventare giornaliste a Herat

Nuove voci per l’Afghanistan

di Marco Lombardi – Università Cattolica di Milano

Diventare giornaliste a Herat

Donne. Studentesse. Giornaliste.

Tre cose che messe insieme ad Herat non rappresentano nell’immaginario collettivo condiviso la massima del “viver sano”. Se tuttavia vogliamo evidenziare un primo risultato del corso di giornalismo realizzato in Afghanistan, a favore delle giovani donne dell’università, è la rottura degli stereotipi che ci portiamo dietro. Infatti, le 20 ragazze afghane attrezzate con macchine fotografiche digitali - fornite dalla Fondazione Fondiaria Sai, e dai criteri del reportage, discussi con i docenti della Cattolica - hanno riportato in aula una serie di documenti che ci fanno vedere un’altra faccia del Paese.

Come deve essere quando si fa del buon giornalismo, loro sono state i nostri occhi. Noi loro maestri che sotto a un elmetto, dietro a un antiproiettile, dentro a un lince, non potevamo muoverci per la città ad incontrare una realtà quotidiana molto più vicina di quanto ci si possa aspettare: lontana dalla follia talebana e dalla guerra che rumoreggia sotto le finestre. Una città in cui le persone lavorano (reportage sugli artigiani delle piastrelle, del vetro, dello zafferano, del lino), le nonne accudiscono le nipoti (140 fotografie dentro alla casa di una anziana); i giovani sbandati “si bucano” (reportage sulla tossicodipendenza); i disabili vengono accuditi (reportage su un artista handicappato).

Chi avrebbe pensato che un Paese squassato dalle bombe e dalle rappresentazioni mediatiche viva una quotidianità fatta di normalità condivisa nelle pratiche devianti e nelle difficoltà? Paradossale ma reale. Forse spiacevole per alcune testimonianze crude ma confortante per la similarità delle situazioni che ci avvicinano a loro, seppure nel disagio. Le nostre studentesse si sono cimentate, con grande entusiasmo, in modo consapevole e competente - grazie ai precedenti insegnamenti del dipartimento di giornalismo di Herat e dei corsi forniti dal nostro PRT - nel rappresentare la realtà, nel volerla raccontare e interpretare con lo spirito di chi vuole ricostruire il proprio Paese.

D’altra parte lo sforzo della Fondazione Fondiaria Sai e dell’Università Cattolica, in una innovativa attività di cooperazione civile e militare, è proprio orientato a far emergere la donna quale motore dello sviluppo afghano utilizzando il giornalismo - quello buono - come strumento che documenta la realtà e come valore – quello della libera informazione – che la consolida a un destino positivo. Se non ci credessimo con l’intimità della nostra pelle non condivideremmo la stessa polvere di Herat.

In Women to be si realizza la visione - che non è un sogno ma uno scenario futuro che costruiremo insieme – di queste donne che, numero dopo numero, ci renderanno partecipi con parole e immagini di questo cambiamento.


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