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La mia esperienza all’Università di Herat

Storie attraverso immagini

di Alessandro Belgiojoso

La mia esperienza all’Università di Herat

Grazie all’iniziativa dell’Università Cattolica di Milano in collaborazione con la Fondazione Fondiaria Sai, ho avuto il privilegio di condividere la mia esperienza di fotografo con le studentesse afgane, dell’Università di Herat, durante il corso di fotogiornalismo.

Le studentesse, tornate alla loro quotidiana con le macchine fotografiche fornite dalla Fondazione Fondiaria Sai, hanno avuto modo di mettere in pratica le nozioni base del workshop e riportare una grande quantità di materiale che nessun occidentale avrebbe potuto cogliere: il fatto di essere “locali” fa emergere la qualità e l’originalità delle immagini.

Abbiamo avuto modo di lavorare su temi come il racconto fotografico, la composizione delle immagini e le modalità tecniche della luce.

Il materiale raccolto, seppur variegato, è la dimostrazione di come nessuno meglio di loro possa raccontare il proprio mondo e la propria vita, senza alcuna compromissione con i nostri modelli di linguaggio fotografico.

Le storie testimoniano una cultura lontana da quella tipicamente omologativa del nostro vissuto, seppur arcaica in alcuni aspetti. Una lettura più attenta dimostra come il perdurare di usi e costumi, non cancellati dalle difficoltà e dall’isolamento economico, ne ha preservato le tradizioni.

Da un lato vi è la testimonianza di un artigiano che scava un tronco di legno massiccio per realizzare uno strumento musicale con tecniche ben diverse dai nostri maestri liutai nel medioevo, da un altro, vediamo un artigiano ricostruire l’introvabile ricambio di un frigorifero, fondendo dello zinco in un calco, immagine che ci può far riflettere sugli sprechi del nostro consumismo.

Il reportage sulla televisione afgana ha una lucidità espressiva che potrebbe figurare egregiamente in un buon settimanale occidentale. Sono stato colpito dalla testimonianza del venditore di televisori a Herat che racconta di sintonizzare gli schermi nel negozio solo su immagini di natura per evitare l’informazione, in quanto “le cattive notizie non fanno vendere televisori”.

Questa frase non può non far riflettere sulle tecniche edulcoranti di certa nostra informazione.

Invito i lettori ad avvicinarsi a queste storie non tanto come ad un collage di testimonianze provenienti da un mondo lontano, quanto piuttosto, andando oltre alcuni aspetti che potrebbero essere identificati, ingiustamente, folkloristici.

Bisogna cogliere questi “sguardi”, abbandonare la convinzione di appartenere ad un mondo “evoluto” e imparare a fare autocritica.


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